Login Pop-up

 

Da
a
Camere
Adulti
Lunedì, Marzo 27, 2017

REPUBBLICA 2 Dicembre 2006

hotel chiaia napoliNella stanza in penombra di Nanninella a'  spagnola

Quello che la senatrice Merlin dissolse nel 1958, un giovane imprenditore napoletano, Mimì Fusella, ha rilanciato. La padovana Angelina Merlin chiuse le “case”, Fusella ne ha riaperto una trasformandola in albergo. Al ricordo di corteggiamenti rapidi e agli echi di lussuriosi gemiti, con sommovimenti di giacigli di piacere, ha sovrapposto la sua assoluta novità ricettiva. E’ il “trestelle” di via Chiaia 216, primo piano, una chiccheria, trentadue camere, “stupenda casa a pochi passi dall’antico Largo di Palazzo, oggi piazza Plebiscito”.
Fusella ne ha confezionato le indispensabili comodità moderne in un’atmosfera “retrò”. L’esclusività assoluta e vagamente scandalosa è che undici camere sono state ricavate da un celebre casino di salita Sant’Anna di Palazzo. Fusella le ha arredate con tende di broccato e parati dannunziani nel rispetto della penombra delle antiche peccaminose sale. Sulle porte delle camere sono stati apposti i nomi delle indimenticabili dispensatrici d’amore di quel tempo: Dorina da Sorrento, Titina ‘a frangesa, Mimì do Vesuvio, Nanninella ‘a spagnola, Anastasia ‘a friulana. Visibile anche il prontuario delle “prestazioni della casa” con autorizzazione comunale numero 871 dell’anno1927: semplice lire 1,50; doppia 2,50; un’ora 720; asciugamano e sapone lire 0,5.

Nella stanza in penombra

Salita Sant’Anna di Palazzo, al tempo degli amori “dietro le persiane, era un riferimento preciso nella toponomastica delle vie napoletane al piacere quando le case di tolleranza sorgevano tutt’attorno, in via Sergente Maggiore e in via Nardones, più lontano alla Speranzella e in via Teatro Nuovo, le più squallide al Porto. La presenza di ragazze straniere dette lustro cosmopolita a un casino che si chiamò Internazionale, al corso Vittorio Emanuele.
Fusella ha trasformato il desueto luogo di sospiri a pagamento nelle nuove stanze d’albergo con tradizione pruriginosa. Il casino rilevato dall’albergatore era stato il “3”. Le case di tolleranza assumevano la denominazione dai numeri civici degli edifici che le ospitavano, ma ce n’erano di quelle che avevano denominazioni più suggestive. Spesso erano i nomi di battesimo delle tenutarie. Molti nomi erano anche convenzionali e simpaticamente illustrativi.Ai Quartieri Spagnoli, clienti di età e gusti rapidi, ma soprattutto scarsi di denaro, andavano dalle “Tre vecchiarelle” in cui altrettante operatrici sessuali di non più giovane bellezza elargivano trattenimenti appassiti ma economici. Il “3” era un ritrovo di clienti agiati, molto caro e lussuoso, dove venivano avviati ai sussulti del corpo i ragazzi delle famiglie-bene. Offriva il pregio di una mano d’opera scelta, fascinosa e anche esotica. Ci andavano i giornalisti de “Il Mattino”, quando la redazione del giornale era poco distante, nell’attuale piazzetta Matilde Serao, allora Angiporto Galleria, e i cronisti sportivi vi sorpresero alcuni calciatori del Napoli. Tra gli altri, più insistentemente, il vecchio Andreolo, robusto uruguayano detto Michelone, che venne a giocare nel Napoli nel 1946, e l’irresistibile Luis Roberto La Paz, anch’egli uruguayano, mulatto alto quasi due metri, primo giocatore di colore del campionato italiano.
In via Sergente Maggiore c’ era il “ 18” , casa d’ appuntamenti molto particolare di una solitaria dama d’ amore che dava per telefono informazioni concise sull’ attrazione della casa e sulla sua ubicazione. Con una voce che aveva la precisa intonazione di Tina Pica, l’ attrice che recitò con i De Filippo e girò molti film con Totò e alcuni con Vittorio De Sica ,recitava al telefono: “ Via Sergente Maggiore 18,unica scala, senza portiere. La signora è alta, bruna, una bella donna. Si prende cinquemila lire . Bel lavoro con calma e senza premura”. Alla richiesta di ulteriori informazioni ,aggiungeva: “ Alta scuola .Lingua. Se non capite alta scuola , lingua.”Di queste conversazioni esistono nastri registrati perchè a farle furono due giornalisti buontemponi,Ciro Buonanno e Bruno Teodori. Racconta Fusella: “La casa di un mio trisavolo, il Marchese Nicola Lecaldano Sasso La Terza,in via Checchina e Idarella tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento , è stata il primo passo della mia attività alberghiera. Ereditata da mia madre l’ abbiamo trasformata in un tipico albergo d’ epoca ristrutturandola in modo da far rivivere l’ atmosfera del tempo che fu.” Sul camino , nella sala degli ospiti , c’è il ritratto del marchese in una bella cornice
barocca . “ Abbiamo usato anche mobili del mio trisavolo aggiungendoci tessuti ,arredi d’ epoca e i letti a baldacchino. Confermo che alcune stanze sono proprio quelle del “3”, la casa d’ appuntamento che abbiamo acquistata in un secondo momento accorpandola all’ albergo. Quella casa era famosa a Napoli ed ebbe anche un nome “La Suprema”. Si deve ritenere che fosse supremamente ospitale”
Mimì Fusella è oggi il proprietario e il gestore del singolare albergo di via Chiaia cui ha dato la denominazione da Gran Tour di “ Chiaja Hotel De Charme” col vezzo di scrivere Chiaja e non Chiaia, perchè tutto torni indietro a un tempo di gaiezze dimenticate garbi ospiti, e con la sorpresa per i clienti di ospitarli in stanze d’ epoca. L'epoca dei casini

Scroll to top